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le storie sono ovunque

È difficile restare arrabbiati quando c'è tanta bellezza nel mondo (Lester Burnham)

Un libro al giorno, tutti i giorni, per dieci giorni

Qui è dove riassumo come ho affrontato la challenge social che chiede di pubblicare un libro al giorno, tutti i giorni, per dieci giorni: solo la copertina, nessun’altra spiegazione.

10 libri copertine

Care tappine e cari tappini,
ma quanto erano belle le catene? Sì, quelle di Sant’Antonio, arrivava la busta a casa con quattro nomi e indirizzi sul retro, e dovevi spedire a tua volta quattro lettere, eccetera. Varrebbero dei bei soldoni, se ne avessi conservata almeno una. Invece ho gettato via di tutto, ma questa è un’altra storia.

Sui social oggi le catene si chiamano challenge, perché a noi dei social ci piace l’inglese, sai com’è. Ho sbirciato su un Facebook altrui e ho scoperto questo giochino: postare ogni giorno, per dieci giorni, la copertina di un libro. Solo quella, la foto, nessuna spiegazione. Niente spoiler su cosa quel libro abbia significato per le nostre vite, eccetera.

Ci ho pensato quattro secondi netti, e ho deciso di partecipare e farlo a modo mio. Abito Instagram, gioco su Instagram.

Una mattina, prima di andare al lavoro, ho girato tutta casa e preso con me ogni libro che d’istinto mi sembrasse adatto. Solo i libri che ho in casa, solo libri di carta.

Ne ho raccolti quindici, forse sedici. Scegliere quali eliminare è stato difficilissimo. Ho dovuto togliere L’arte di collezionare le mosche di Fredrik Sjoberg e Professione spia di Louise Fitzhugh, ad esempio. Mi sono chiesta «Cosa farebbe Marie Kondo al posto mio?» e ho ascoltato il mio cuore.

Ho posato i dieci sul tavolo e scattato dieci foto, ciascuna tenendo gli altri nove impilati, lì accanto. Li ho ordinati dal più lontano al più vicino, in base a quando sono entrati nella mia vita. Poi ho iniziato a giocare. È stato bello. Non postavo per tot giorni di fila da dicembre, dai tempi delle #gioiedinatale di Zuccaviolina.

La soddisfazione più grande è che un paio di persone mi abbiano seguite nell’avventura [grazie Alessandra, grazie Virginia]. Penso che i libri che amiamo raccontino molto di noi, di chi siamo, al di là delle maschere che portiamo ogni giorno.

Questi i miei. La copertina l’avete vista, ora una spiegazione, la più breve che posso.

Odissea. Da piccola ero in fissa con Omero. Volevo diventare Atena, è stata la mia eroina dell’infanzia, altro che Cenerentola, persino quando ho scoperto come avesse seviziato Aracne divorata dall’invidia. Avevo una videocassetta dell’Odissea in cartoni, in realtà era la prima di due puntate, ma la seconda mi è mancata. Così la mia Odissea in tv finiva con Ulisse che fugge dopo che i compagni hanno divorato le vacche del Sole. Ho letto una marea di riduzioni per l’infanzia, al liceo ne ho tradotto diverse parti e imparato a leggerle in metrica. Oggi ho dimenticato come si fa, un po’ mi dispiace. Ed ecco il mea culpa: non l’ho mai veramente letto, non per intero. Se un giorno lo leggerò, penso che sceglierò la versione a cura di Emily Wilson, perché è stata la prima donna nella storia a tradurla.

Carrie. Sapevo fin da bambina che la scrittura è la mia vita. Dopo aver scoperto Stephen King al liceo, l’ho capito in modo più maturo. Nella shortlist dei dieci, Carrie era in lizza con On writing, la sua autobiografia, uscita in Italia quando avevo 15-16 anni. Ho scelto il romanzo perché racconta un po’ la mia vita, se escludiamo la telecinesi e i maiali sgozzati. Diciamo che so cosa significa crescere in una famiglia molto religiosa, andare a scuola tutti i giorni e sentirmi sola, fuori posto, e chiedermi ogni giorno cosa ci sia di sbagliato in me e perché nessun* mi vuole. A parte questo l’adolescenza è una figata, davvero.

Storia di Piera. Ovvero di Piera degli Esposti, una delle attrici che amo di più al mondo. Nella mia bucket list c’è ubriacarmi con lei in una qualche osteria toscana, mangerei scorpacciate di pane toscano pur di averla vicino. [Per me, discendente di stirpe di fornai nell’entroterra ligure, il pane senza sale è una bestemmia]. Piera ha scritto questa doppietta di libri con Dacia Maraini, in cui racconta la sua famiglia e la sua vita, e di Storia di Piera è uscito anche un film con Isabelle Huppert [giovanissima!], Hanna Schygulla e Marcello Mastroianni, diretto da Marco Ferreri che è stato uno dei guilty pleasures della mia tarda adolescenza. Anche questa però è un’altra storia.

Fuoco nelle viscere. Una minuscola genialata a cui solo Almodovar poteva arrivare. Il libro credo sia fuori commercio, ma se vi sono piaciuti Donne sull’orlo e il corto in b/n di Parla con lei allora è una lettura che merita. Penso di avere un debito formativo con Almodovar, perché anche Tutto su mia madre ha avuto un ruolo nel formare la mia voglia di raccontare storie. Penso sia per questo che ho scelto di lasciare il libro nella top ten.

Storie di ordinaria follia. Niente, volevo dirvi che anche qui Ferreri ne ha tratto un film. Con Ornella muti [giovanissimissima!] e Ben Gazzarra che interpreta Bukowski. Certo che, per essere una femminista, ce n’è a iosa di uomini verso cui ho un debito formativo. Di lui amo l’amore che ha per la scrittura, mi piace pensare che sia quello ad averlo tenuto in vita, a dispetto di tutto l’alcol che ha ingollato e di un fegato ai minimi termini.

Le 120 giornate di Sodoma. Ribadisco quanto ho scritto su Instagram: ci vorrebbero almeno dieci post per spiegare cosa questo libro rappresenta per me. Leggendolo ho vomitato, letteralmente. Ero sul treno, per fortuna da sola in scompartimento [scusa, persona delle pulizie, scusa davvero]. Ho amato il modo in cui mi è entrato così nelle viscere, ho amato il modo in cui Pasolini lo ha saputo riscrivere, ho amato il fatto di averlo odiato così tanto. Qui mi fermo, e come ho scritto su Instagram, se mi offrite una birretta vi racconto il resto.

I monologhi della vagina. L’ho visto una sera in tv, credo su Cielo o Laeffe quando erano ancora canali guardabili. Me ne sono innamorata e qualche mese dopo ho comprato il libro. L’ho letto in un periodo particolare, in cui diciamo che stavo lavorando sulla questione [ne scrivo anche qui]. Da allora ho questa idea che i corpi siano un po’ al centro di tutto, ne parlava anche Pasolini quando fece le 120 giornate, questa cosa che al centro di tutto il bene e di tutti i mali del mondo ci stia il modo in cui le persone esercitano i propri corpi e si relazionano ai corpi altrui. Ho questa idea di scriverne, ma devo ancora trovare il filone giusto. Quando sarà il momento partirò da qui, da Eve Ensler e dal modo in cui ha saputo raccontare il corpo di tutte noi.

Olive Kitteridge. Mammamia. Avete presente quando un libro vi legge dentro? È una storia semplice, scritta in modo semplice, eppure è un pugno nello stomaco. Fatico a ricordare come ci sono arrivata, ma sono sicura del periodo: avevo iniziato da poco un corso di scrittura a Officina Letteraria, la scuola era appena nata, e ho pensato «Cavolo, voglio scrivere un ventesimo di come scrive lei». Mi sorprendo ancora, di come riesca a emozionarmi per De Sade e Bukowski e con la stessa intensità per una scrittura così pulita, armoniosa, ordinata. La sua scrittura è un’acqua cheta che rompe i ponti. È dirompente. La adoro.

Sette minuti dopo la mezzanotte. Ne ho sentito parlare da Ester Armanino, un consiglio di lettura da lei va seguito a priori. Il libro ha una storia particolare: l’autrice originaria del libro era Siobhan Dowd, dopo la sua morte la casa editrice ha commissionato a Patrick Ness di terminare la stesura. Ammiro il rispetto con cui ha preso per mano un testo altrui e ne ha fatto qualcosa di straordinario, un po’ suo e un po’ di lei. Lo consiglio per quando avete bisogno di piangere di brutto, e di sentire il dolore che vi scava nelle orecchie.

Mr Train. Anzitutto grazie, se siete arrivati a leggere fin qui. Smetto di dilungarmi, perché di Patti Smith ho già scritto nella cosa bella n. 2 qui. Vale la pena, davvero.

Se leggete anche solo uno tra questi libri, me lo fate sapere?

Bacini a voi.

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Hai detto biscotti? Non ancora, mi servono maggiori info.

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