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È difficile restare arrabbiati quando c'è tanta bellezza nel mondo (Lester Burnham)

To be or not to be

Questo è un racconto che si intitola To be or not to be ed è ispirato a un quadro di Sergio Leta: l’ho scritto per una mostra ospitata a Officina Letteraria nell’autunno 2015.


to be or not to be

Io non dovevo nascere.

Non dovevo avere questi capelli castani sempre spettinati, che in agosto diventano biondi ma quando fa freddo tornano come prima, e con quel ciuffo lì davanti che non sta mai a posto e il mio papà deve metterci il gel come ai grandi.

Non dovevo avere questi occhi verdi, né il naso dritto e sottile come un fagiolino, né le orecchie così attaccate alla testa, né l’altezza che supera il cinquantesimo percentile.

Non dovevo essere così magrolino e soprattutto non dovevo avere questi piedi strani con gli indici più lunghi degli alluci.

Non dovevo aver avuto il raffreddore, la febbre alta, la diarrea, l’appendicite, gli orecchioni, la quinta malattia, la varicella, non dovevo avere il braccio rotto cadendo dall’altalena, né le ginocchia sbucciate per tutte le volte che ho rotolato in terra giù dalla bici.

Non dovevo essere così imbranato e non dovevo imparare a leggere e scrivere così presto.

Solo che invece sono nato.

Per i miei otto anni il mio papà mi ha comprato una macchinina rossa, quella lì. L’ho vista in un negozio di cose vecchie e mi piaceva, ho tirato il mio papà per la manica della giacca e lui ha domandato il prezzo al signore del negozio. Quando ho capito che sarebbe stata mia l’ho abbracciata forte come si abbraccia un orso di peluche o un altro bambino. Poi volevo anche abbracciare il mio papà, ma lui stava dritto in piedi e non mi guardava.

Il mio papà non mi guarda molto spesso. Secondo me ogni tanto fa come faccio io, chiude gli occhi e si immagina di essere da qualche altra parte, come quando si fanno i sogni. Sogna che io non ci sono, che non sono nato, perché io non dovevo nascere.

Perciò, quando vedo che la sera torna a casa stanco – lo capisco perché si tocca la fronte e la schiaccia forte con due dita – e si arrabbia perché sono imbranato e quando mangio mi sporco la maglietta, e dà un pugno al tavolo e grida che io non dovevo nascere, allora io vado nella mia camera, salgo sulla macchinina rossa e comincio a girare in tondo. E giro, giro, giro, e a volte penso che se ci provo potrei girare tanto fino a fare puf e scomparire.

Sparisco, come un bambino che non è mai nato, e allora farei a cambio con la mia mamma, lei tornerebbe giù dal cielo ora che non ci sono più. Così il mio papà avrebbe di nuovo la mia mamma e anche una macchinina rossa vuota, con le luci spente e il motore freddo, ma non ci potrebbe entrare perché ha i piedi troppo grandi, e pure io sono troppo grande, in realtà, perché ho questi piedi strani con gli indici più lunghi degli alluci.

— racconto ispirato da un’opera di Sergio Leta, collezione ‘To be or not to be’ (l’immagine è la n. 9 della gallery che trovi nel link)

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