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È difficile restare arrabbiati quando c'è tanta bellezza nel mondo (Lester Burnham)

Sympathy, Olivia Sudjic: un romanzo che racconta Instagram

Questa è la mia recensione di Sympathy, romanzo di Olivia Sudjic tradotto in italiano con Una vita non mia, editore Minimum Fax: racconta di Alice, Mizuko e Instagram.

sympathy olivia sudjic

Se dovessi spiegare a mia nonna cos’è Instagram, e soprattutto perché Instagram, inizierei così: Instagram è un posto, che si trova su Internet, in cui è possibile entrare a far parte di piccoli mondi, formati da persone che proprio adesso stanno provando una stessa emozione.

Su Instagram posso pubblicare una foto, o un breve video, e ciò che scrivo nella didascalia può farmi entrare nel piccolo mondo che desidero, semplicemente usando un artificio tecnico che si chiama hashtag [quello delle parole con il cancelletto sì, brava nonna, proprio quello].

Esempio. Pubblico su Instagram la foto di qualcosa che mi sta rendendo particolarmente felice: una tazza di camomilla bollente, accanto a una coperta di lana calda e a un buon libro, e nella didascalia scrivo #feliceadesso, proprio così, le due parole attaccate e precedute dal cancelletto. Per il solo fatto di aver scritto questo hashtag, la mia foto entra a far parte del piccolo mondo che ha scelto #feliceadesso come artificio tecnico per esprimere questa emozione, e per condividerla con altre persone.

Cosa è successo? Instagram è costruito ad arte per amplificare la mia felicità di quel preciso momento, della camomilla al caldo, e della coperta leggendo un buon libro, mischiandola a tutti gli altri #feliceadesso che qualcuno, da qualche parte, ha digitato per lo stesso motivo. Se premo con il dito su #feliceadesso sarò spostata dalla mia, singola foto alla molteplicità di tutte queste persone, e in qualche modo diventerò parte del loro momento di felicità, e loro del mio.

Non avendo follower, a quei tempi facevo le foto solo per me stessa. Ma notai che c’era una differenza tra scattarle e basta e postarle rendendole pubbliche. La prima cosa mi faceva sentire normale. La seconda mi faceva sentire bene.
[da “Sympathy” di Olivia Sudjic]

Instagram amplifica la mia storia nelle storie di altre persone, e al tempo stesso amplifica le loro storie nella mia; mi consente di ottenere un riscontro, da queste persone, perché mi spinge a immergermi nei loro #feliceadesso, anziché rimanere chiusa nel piccolo cantuccio dei miei; infine rafforza il senso di ciò che mi accade, perché nel momento in cui lo racconto gli do una forma più compiuta, lo definisco con più esattezza attraverso le parole e la foto, e gli do una connotazione emotiva attraverso l’hashtag.
[Qui mi sono permessa di riprendere una frase di Francesca Sanzo e di riadattarla un poco in questo contesto]

Certo, dirai tu mio piccolo lettore o lettrice, Instagram è anche una multinazionale che ci fa entrare gratis in casa sua e in cambio manipola i nostri dati personali, e per di più è proprietà di Facebook, la cui popolarità sembra sempre più virata sull’amplificare odio e frustrazione, anziché le emozioni. Questa però è un’altra storia, che lascio a chi ha studiato meglio e più di me certe questioni, tipo lui.

Soffermiamoci ancora sull’aspetto emotivo: Instagram è un’amplificatore di emozioni. Cliccare su un qualsiasi hashtag ci fa immergere in una morbida vasca da bagno, una zona di comfort [ma non troppo] abitata da chi ogni giorno si fa un mazzo tanto per essere felice, per godere il lato hygge della vita e per cogliere la bellezza ovunque si annidi. Un “farmi i fatti degli altri a fin di bene”. Un seguire le persone che un pochino vorrei essere, ma rimanendo me stessa.

Ecco, si può concludere che tutto questo, in un certo senso, sia la traduzione italiana della parola sympathy, che non ci azzecca nulla con la simpatia come la intendiamo noi: sympathy è un sentimento che è un po’ più forte della compassione, ma un po’ meno forte dell’empatia. È quando una persona che non conosco pubblica su Instagram un selfie mentre sta piangendo, e io mi accorgo di voler essere insieme a quella persona, insieme fisicamente, e di volerla abbracciare. Tutto per una foto. Perché Instagram mi ha fatta entrare nel piccolo mondo in cui quella persona aveva bisogno di questo, di qualcuno che la vedesse piangere e le dicesse che sì, andrà tutto bene.

Non seguire più. Nelle mie intenzioni era un mero gesto simbolico, un vaffanculo simbolico, e davo per scontato che avrei comunque potuto accedere al suo profilo pubblico. Da lì l’avevo osservata per molto tempo prima che ci conoscessimo, ma a quanto pareva le sue impostazioni di privacy erano state modificate. Adesso ero tagliata fuori. Era calato un muro bianco, vuoto tranne che per il simbolo di un lucchetto.

Sympathy è anche il titolo di un romanzo di Olivia Sudjic [tradotto in italiano con Una vita non mia, editore Minimum Fax]. Alice, la protagonista, ha 23 anni e da poco si è trasferita dall’Inghilterra a New York per vivere con la nonna. Per una serie di circostanze, entra in contatto digitale con Mizuko, trentenne insegnante di scrittura creativa che regala a Instagram i suoi momenti di vita più intensi. Alice non è molto social, ha mantenuto il numero di telefono britannico e attiva il roaming dati solo se strettamente necessario.

Osservando Mizuko, tuttavia, in lei scatta qualcosa. Vede nella sua vita a riquadri con filtro seppia tante, troppe somiglianze con la propria: un padre inesistente, l’amore per il Giappone, un’ombra sul viso. Succedono cose, poi. Mi piacerebbe che tu le leggessi, senza che io aggiunga oltre. Basta poco, per trovare un piccolo mondo in cui cullarsi, e per volerci rimanere per sempre.

Quando avevamo trascorso qualche rara notte separate, avevo lasciato aperta la finestra dei messaggi privati per guardare il suo nome scivolare dall’online all’offline nella barra grigia in cima allo schermo, premendo di tanto in tanto per mantenerlo illuminato. Quel trucchetto mi faceva sentire di averla lì accanto a me, come se fosse stesa al mio fianco e respirasse. Adesso, quando non guardavo il muro bianco, guardavo la barra grigia. Almeno lì il tempo trascorreva. Non diceva l’ora effettiva, ma quanto era passato da quando lei si era scollegata. Volevo respirare nella sua stessa atmosfera.

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