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le storie sono ovunque

È difficile restare arrabbiati quando c'è tanta bellezza nel mondo (Lester Burnham)

La strada che faccio tutte le mattine

«A piedi e col cuore leggero, prendo la strada aperta. / In piena salute, libero, il mondo davanti a me, / il lungo sentiero bruno davanti a me, / diretto dove mi pare».
Canto della strada aperta, Walt Whitman

Niente ascensore. Quattro piani, almeno in discesa, sono un toccasana per la ciccia sopra il ginocchio. Perché sì, a meno che non mangi due fette di bresaola al giorno ebbasta, la ciccia sopra il ginocchio ce l’hai pure tu, come chiunque.

Accompagnare delicatamente il portone, raccomanda una targa in caratteri minuscoli. A volte me lo ricordo.

La terrazza è deserta e ventilata. Il supermercato sta aprendo. Il negozio di articoli ortopedici pure. C’è già traffico, prima delle otto di mattina. La fermata dell’autobus gremita, le due vecchiette si piazzano a conversare proprio nell’unico scampolo di marciapiede riservato ai pedoni che l’autobus non lo prendono. Tempismo perfetto, slalom impeccabile. Ah, sì, pure loro hanno la ciccia sopra il ginocchio.

Passo davanti alla chiesa, un cenno del capo, che fino a enne tempo fa era un segno della croce. Salutare è sempre buona educazione.

Semaforo, dipende quale. Intanto se è verde per te, lo è anche per gli automobilisti provenienti dalla strada laterale, che devono svoltare proprio dove tu attraversi, e non lo fanno ai dieci all’ora nel rispetto dei pedoni, macché.

Bar, edicola, negozio di frutta e verdura con il calendario del Duce appeso alla porta (giuro!). Isola di spazzatura. Ci ho scritto pure un racconto, un anno fa. Si intitola Tipico salotto estivo di città. La gente ci abbandona di tutto, nel quadrilatero di bidoni colorati.

Costeggio il letto del fiume, che acqua non ce n’è, fa troppo caldo. Ho un sogno. Camminare sul letto asciutto del fiume dalla sorgente alla foce. Fare il bagno con le paperelle che un po’ più in su sguazzano nell’unica pozza rimasta. Vincere la paura che in autunno lo so, che mostro diventa quel letto di fiume.

Passato il presunto pericolo. Ufficio postale, il mio, quello dove mi piace andare. Seconda chiesa, ma quella non la saluto, chissà perché. Forse perché sono cresciuta in un posto dove c’era una chiesa sola, e mi sono abituata a credere che ilbuondio stia in una sola chiesa per volta?

Il Carrefour, il mio, pure quello, che l’ho visto alluvionato, sembrava l’interno del Titanic, ed è resuscitato più bello che mai.

I panni stesi a Borgo Incrociati, che ci ho scritto una poesia, qualche tempo fa. Parlava di due accappatoi. Da allora non li ho più visti. Si saranno forse offesi?

Il tunnel della stazione, i graffiti sempre uguali a se stessi. Fosse per me, una mano di bianco da cima a fondo e un esercito di graffittari che sanno il fatto loro, il tempo che serve. Puzzerà di vernice, per un po’, ma per una buona causa.

Dalla stazione in poi al via il delirio. Sincronia perfetta con uno qualunque dei treni mattutini, sciame di tacchi e ventiquattrore che non so più dove camminare. Hanno fretta, loro. Intanto quella strada è sempre uguale, fanno colazione sempre nello stesso bar, si fermano a specchiarsi sempre nella stessa vetrina, quella di Virginia Angel, che ha lo specchio bello grosso. Quando deviano su via Galata o via Colombo non mettono mai la freccia. Occhi sul cellulare, sempre. Tamponamenti a catena, mai. Mistero.

Via della Consolazione mi ricorda, impressa su una porta a vetri, i film di qualche mese fa che non ho ancora visto. Li appunto mentalmente e poi li dimentico.

La vetrina di Douglas è noiosa. La commessa con i capelli biondi legati come capita spazza in terra e saluta un paio di persone. Chiesa numero tre, anche qui non saluto. Ho già dato prima, e prima ancora.

Semaforo verde, giacca e cravatta in bicicletta, ancora tacchi. Via Frugoni è triste, c’è un bar chiuso da mesi ma con i tavolini perfettamente ordinati nel dehor. Un bar fantasma. Di notte, le anime dei Fieschi e dei Doria emergono dal sottosuolo e giocano a carte sorseggiando té alla menta. È una via infinitamente lunga, e calda. La scalinata è il tratto peggiore. In mezzo c’è qualcosa che ha tutta l’aria di essere stato un negozio di fiori. Fiori da cimitero. Poco più in su ci sono le pompe funebri. Ora ci sono solo rampicanti e umidità. Fosse per me, una mano di bianco e artisti della fioritura che sanno il fatto loro, il tempo che serve. Brulicherà di insetti, ma per una buona causa.

Carignano pure è triste. Salvo il parco di Villa Croce, che non ci vado mai abbastanza, e Santa Maria in Via Lata (chiesa, saluti, solita musica). Il resto è bar, uffici, case dei ricchi, e un po’ più in là la Concordia a marcire. L’altro giorno c’era un topo, nella spianata dei ricchi. Era un topo ricco, con la coda argentata e lo smalto alle unghie. Squittiva in francese.

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Hai detto biscotti? Non ancora, mi servono maggiori info.

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