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le storie sono ovunque

È difficile restare arrabbiati quando c'è tanta bellezza nel mondo (Lester Burnham)

Scarpe #1: Susanna

Qui è la mia fissa nel fotografare le scarpe abbandonate per strada, sapeste quante ne incontro, quasi ogni giorno. Ogni paio ha la sua storia, questa è una.

Sono le dieci e mezzo. Sta là, seduta a gambe incrociate, sul marciapiede fra i binari quattro e cinque. Preme senza sosta le dita sul cellulare per tenerlo acceso, come se la luce del minuscolo schermo potesse anche scaldarla (oltre che illuminarla).

Si guarda le unghie, per quel che può, resiste al desiderio di mordicchiarne ancora. Tira un brutto vento, di quelli da raffreddore e naso gonfio. Non le piace, avere il naso gonfio. La sera della prima con un peperone in mezzo agli occhi, te lo immagini?

Le fanno male i capelli. Pesano. Non li lava da una settimana. Un altro giorno e le mosche ci faranno le uova. La batteria del cellulare è al 43%. Trattiene la pancia per quindici secondi, e poi rilascia. Quindici, e rilascia. Altri quindici, e rilascia. Ha letto su Internet che così si dimagrisce più in fretta. Due centimetri, due cazzo di centimetri.

Ha ucciso un cucciolo di lumaca, poco fa, nel buio. Era lungo due centimetri, ci scommette. Spiccicato sotto la suola sinistra, due centimetri. Poco più di una falange di alluce. Non ci cascano quelle: li vedono tutti, i due centimetri. Te li leggono sulla pancia. Te la misurano mentre espiri, mentre rilasci. Altro che trattenere il fiato spalle dritte petto in fuori. Tutte stronzate.

Le scarpe non le ha vendute. Con la calzamaglia ci ha comprato il biglietto del treno, al mercato nero degli addobbi. Si sarebbe venduta le mutande per molto meno. Usate, s’intende. Le scarpe però no, non ce la fa. (Non tornerò mai più, gli aveva urlato in faccia) Le scarpe col cavolo, addosso a qualche altra no, alle streghe incipriate e con i centimetri tutti giusti, no. Sono le mie, costate un’occhio, c’è il mio sangue in punta, fra le dita, e finché non si rapprende se le tiene, finché non annunciano il treno e la rampa comincia a vibrare.

Non lo avete mai fatto, voi, lungo l’acciaio della rampa del treno. Sei un funambolo sul ghiaccio. Senti il freddo premere contro i talloni, se provi ad abbassarli. Una trave così rigida che si possono tenere le mani in tasca, che le braccia a volo d’angelo non servono a niente. Sembra di passeggiarci sopra.

La batteria del cellulare precipita, ventuno per cento, tutta colpa sua, la sta venendo a prendere, sente il motore che singhiozza, là fuori. È ora.

Raccoglie le scarpe rapprese, lascia che il piede riscaldi tutto l’acciaio, ancora un momento, uno solo, e se ne va.

Lui non dice niente. Svita una bottiglietta d’acqua con una mano sola. Se la rovescia tutta in testa: fanno ancora male, i capelli. Si sfila la scarpa destra e quella sinistra. Sono morbide come fazzoletti. Lui le chiede di stare attenta a non macchiare lo zerbino. Lei non dice niente. Non lo sa, se riuscirà a non macchiarlo, non si sa mai.

Lui ingrana la retro, lei getta le scarpe dal finestrino. Con il cucciolo di lumaca e tutto il resto. Le foglie sono così tante che non fanno nemmeno rumore. Neanche cadendo, azzeccano la quarta posizione.

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Hai detto biscotti? Non ancora, mi servono maggiori info.

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