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le storie sono ovunque

È difficile restare arrabbiati quando c'è tanta bellezza nel mondo (Lester Burnham)

Quella volta ad Amsterdam, 2001

Un racconto breve nato dal corso di scrittura autobiografica a mano di Francesca Sanzo, in cui ho scelto un viaggio ad Amsterdam come uno dei momenti memorabili della mia vita, che merita di essere ricordato e raccontato.

amsterdam

Photo by Liam Gant from Pexels

Mi ricordo le biciclette parcheggiate a decine una sull’altra.
Mi ricordo un dolce di crema e panna che chiamavano la dame blanche.
Mi ricordo I mangiatori di patate di Van Gogh a grandezza naturale in un museo affollatissimo.
Mi ricordo un’insegna al neon in inglese fuori da un locale, c’era scritto “Real sex here”.
Mi ricordo che era tutto così sfacciatamente normale.

La mattina del primo giorno zio Ale ci fece prendere due rosette a testa dal buffet, e una manciata di tovagliolini di carta, e ci invitò a tagliarle a metà e imbottirle di edamer e prosciutto cotto. 

“Grazie, ma non ho più fame”.

“Certo, questi sono per il pranzo” replicò lui e poi giù ad avvolgere i panini e nasconderli, presto, prima che la cameriera ci veda. 

Mi voltai verso zia Chicca, che abbozzò un sorriso: “Và che mica c’è niente di strano, anche le sciure là della prima fila lo stanno facendo” e sollevò appena il mento verso le anziane torinesi che per tutto il viaggio avevano dato tormento alla guida per imparare almeno dieci parole di olandese.

Lo stavano facendo, sì. Io però volevo un pranzo vero, anche se non era in quota viaggio, e comprare cartoline e souvenir e fare tutte quelle cose che si fanno in vacanza. Solo che non avevo un soldo. Zio Ale lavorava in banca, aveva cambiato lui le lire in fiorini e detto ai miei che per ogni extra ci saremmo regolati al rientro.

Visitammo luoghi interessanti: la fabbrica di formaggi e quella di diamanti, il museo Van Gogh, il quartiere delle beghine e quello a luci rosse. La casa di Anna Frank no, non era in quota viaggio. Io ero interessata soprattutto ai negozi. Ce n’era uno che aveva esposto in vetrina un esemplare di Chucky la bambola assassina grande come un Cicciobello. Avrei dato qualsiasi cosa per portarlo via, io che con certi giochi da femmine proprio non ci azzeccavo. Ci passammo diverse volte, ma non così vicina da sbirciare il prezzo. Il pomeriggio del terzo giorno presi coraggio e lo mostrai a Zia Chicca, se ne uscì con un “Che anguscia!” cui non trovai la forza di replicare.

In nessun altro posto al mondo avrei trovato una bambola come quella. In nessun altro posto al mondo avevo trovato Amsterdam. Cose o persone che avevo visto solo nei film erano trasfigurate lì, in pieno giorno. Sfacciatamente normali. I negozi di souvenir pullulavano di caramelle alla cannabis, candele a forma di pene e carte da gioco con ragazze nude al posto delle figure. Zia Chicca li adocchiava inorridita, mentre zio Ale piantonava bancarelle di libri usati che sfogliava senza capirci una parola. Io vagavo cercando un pezzetto di città da portar via. Con un paio di zoccoli o un mulino in ceramica me la sarei cavata, ma desideravo altro, la libertà di scegliere quello che volevo.

Il quarto giorno pranzammo su una panchina dirimpetto a una gioielleria. Zia Chicca mi coinvolse nel solito gioco, fare a gara a chi trovava il prezzo più alto e compatire la poveraccia che lo avrebbe pagato. Magari una delle sciure del pullman, ché la degustazione di formaggi era in quota viaggio, ma dalla fabbrica di diamanti nessuna uscì con l’anello al dito.

Avrei potuto comprare un ciondolo. È quel genere di articolo che piace, innocente e femminile. La bigiotteria abbondava tra gli articoli per turiste. Usava il tribale, quei simboli che a occhi profani vogliono dire tutto e niente. Cercai e cercai insieme a lei, mentre Chucky mi aspettava fermo in vetrina, finché lo trovai la sera del quinto giorno. Era di metallo, la forma ricordava due ali stilizzate e intrecciate una con l’altra, costava 15 fiorini. Mi fece tornare alla mente un disegno che la mia compagna di banco aveva fatto sul mio diario, durante un giro di interrogazioni che non le toccava. Avrei messo quel ciondolo a scuola, le sarebbe piaciuto.

Zia Chicca per due volte mi pose la stessa domanda: “Sei sicura? Lo indosserai o finirà in un cassetto? Non è che ora dici così ma poi te ne penti?”. Risposi sì alle prime due e no alla terza. Lei chiamò dentro zio Ale mentre io fingevo di non ascoltarli. Non me lo stavano regalando, precisò: quei quindici franchi, quindicimila lire, glieli avrei restituiti. “Tu devi imparare che i soldi non si sprecano e che io non sono d’accordo, ma almeno la finiremo di perdere tempo”. Zio Ale mi puntò l’indice davanti alla faccia, mentre con l’altra mano passava il portafoglio a zia Chicca. Gesticolai al commesso che no, un sacchetto non mi serviva, lo avrei messo subito e lo avrei tenuto addosso per molto tempo.

Un pezzetto di Amsterdam, in un certo senso, me lo ero portato a casa, oltre alla soddisfazione di averla vinta su zio Ale. Volevo una bambola, sono tornata a casa con un ciondolo e nessuno dei due era in quota viaggio.

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Hai detto biscotti? Non ancora, mi servono maggiori info.

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