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È difficile restare arrabbiati quando c'è tanta bellezza nel mondo (Lester Burnham)

Pesce d’aprile. Lo scherzo del destino che ci ha reso più forti

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Io non ho fatto caso, a quei tempi, che mangiavo meno. Non ho fatto caso che spesso dovevo prendere il Plasil per digerire o l’Imodium per non intasare i bagni dell’ufficio. Non ho fatto caso che l’unico modo per farmi passare la nausea era ficcarmi due dita in gola. Non ho fatto caso che nei jeans potevamo starci in due. Non ci ho fatto caso perché, pur pensando di essere una che sa un sacco di cose, questa non la sapevo.

Come non sapevo che il corpo si possa tappare. Che si può chiudere come un riccio spaventato, perché mi hanno insegnato che tenerlo aperto, pronto ad accogliere, è peccato. Anche se ciò che deve accogliere è uno speculum o una lavanda. Così qualcuno mi ha insegnato come ci si stappa, con pazienza e gentilezza, mentre elaboravo come ci ero finita, a tapparmi in quel modo.

In due momenti diversi il corpo mi ha spiazzata. Mi ha fatta sentire sola e spaesata mentre smetteva di rispondere ai comandi, agiva di testa sua, e si spegneva al ritmo di una candela.

Al corpo capitano cose, certe volte. Cose che nel vocabolario interno non hanno un nome. Per quanto ne so, sono capitate solo a me e a nessun’altra su questa terra. Talvolta sono molto gravi, oppure si possono aggiustare in poco tempo. Comunque sia mi fanno arrabbiare a mille, perché qualcuno me lo poteva anche dire, e che cavolo, che certe cose esistono. Magari sarei arrivata più preparata, avrei cercato su internet sintomi che non ho, pur di darmi conferma di essere una che bada a se stessa. Mi racconto che sapere come si chiama, quella certa cosa che ho avuto, l’avrebbe resa più sopportabile.

C’è una frase che mi ha colpita, in Pesce d’aprile. A un certo punto, qualcuno spiega a Cesare che l’ictus post-partum è un rischio frequente, che nella quasi totalità dei casi si riassorbe prima di generare alcun sintomo. Molte donne non vengono mai a saperlo, di essere state a tanto così da un pericolo serio. Di norma, se lo vieni a sapere, è perché hai già oltrepassato il tanto così.

Ho letto un po’ di recensioni su Amazon, anobii & co, e più o meno tutte raccontano la stessa esperienza che ho vissuto io. Ho divorato il libro in un paio d’ore, tutto d’un fiato, e mi sono sentita inspiegabilmente dentro la storia. Anche se l’esperienza dell’ictus non mi appartiene, né quella del parto, né quella del desiderio del parto.

Pesce d’aprile genera empatia. Il fatto che uno dei due autori sia una celebrità fa incuriosire, soprattutto perché non ce lo vedi proprio, Mimì Augello, in un ruolo così inusuale. Prendi il libro, lo sfogli, e dalle prime righe senti di essere parte di qualcosa di grandissimo. Senti di essere nelle loro vite, e loro nella tua, e mentre prosegui scatta automatico il bisogno di trovare in te una familiarità con la loro storia, anche se così lontana.

La mia familiarità è questa: in due momenti diversi, ho desiderato che ci fosse un libro a spiegarmi cosa stava succedendo. Di ricordare all’improvviso quel certo titolo, un dettaglio della copertina, e cercarlo disperata per tutti gli scaffali di casa, fino a trovarlo, nell’ultimo insospettabile e più lontano. Fino a rileggerlo e dire ehi, allora non sono sola. ehi, allora posso venirne fuori. Avrei voluto come una matta possedere dei libri che parlano di quando il corpo va per conto suo, e di come riportarlo a casa.

Pesce d’aprile è uno di quei libri. È utile a ciascuna di noi, in riscatto di quella volta in cui non c’era nessun libro a darci le risposte che cercavamo. È utile a ricordarci che non importa cosa stia succedendo, non importa quanto sia grave o ingiusto, la vita è più forte. La volontà di vivere è più forte. Noi siamo più forti.

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Il libro
Pesce d’aprile. Lo scherzo del destino che ci ha reso più forti,
di Cesare Bocci e Daniela Spada
Editore Sperling & Kupfer
Anno 2016
224 pagine
Puoi acquistarlo qui.

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Hai detto biscotti? Non ancora, mi servono maggiori info.

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