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le storie sono ovunque

È difficile restare arrabbiati quando c'è tanta bellezza nel mondo (Lester Burnham)

Lettera dalla Luna

Se sputi in aria, con la bocca rivolta verso l’alto, prima o poi ti ritorna. Ricordi che il nonno lo diceva sempre? Era la sua maniera preferita di farci volare basso. Tu ci cascavi, strisciavi ai suoi piedi in attesa della prossima caramella, delle prossime cinque euro, del prossimo bacio sulla fronte. Io lasciavo che tu strisciassi per tutti e due. Mi chiudevo in camera nostra sbarrando la maniglia della porta con una sedia, e guardavo la Luna, e poi il video dell’astronauta che saltellava sulla Luna, e poi di nuovo la Luna, e poi il video di Topo Gigio che fingeva di saltellare sulla Luna. Lo sapevo, sapevamo che Topo Gigio non era mai arrivato sulla Luna, eppure io, a differenza tua, a Topo Gigio ci credevo. E anche alla Luna.

Quello che non ti ho mai confessato, di allora, è che in quei momenti le parole del nonno non mi uscivano dalla testa, le ripensavo spesso, come se la sua voce si fosse intrufolata da sotto la porta. Le ripensavo perché cosciente che fossero rivolte soprattutto a me, che a tavola decantavo le bellezze tattili della Luna, e sostenevo che da grande l’avrei saltellata anch’io, scalzo. Il nonno non lo voleva, che sputassi le mie sentenze impossibili. Una sera, tu eri già andato a letto, portò su dal negozio un’enorme forma di Emmental e la posò a terra, sopra un lenzuolo di lino bianco, e mi invitò cattivo a togliermi lo sfizio. Disubbidii. Lo facevo spesso. Tu no.

Ci ho ripensato anche poco fa, non so perché, quando ho chiuso tutte le luci e ho acceso l’ultima torcia che mi è rimasta e ho rivolto la bocca verso l’alto e ho sputato. Qui non ho bisogno di chiudermi a chiave in una stanza, perché non ci sono stanze qui, né porte, né chiavi, né forme di vita da cui nascondermi. Ho sputato, dicevo, e lo sputo è rimasto a mezz’aria, viscido come bianco d’uovo, e faceva un rumore come di carta stropicciata. L’ho afferrato tra l’indice e il pollice e l’ho trascinato giù, lentamente. Si è fatto più silenzioso, passando davanti alla mia faccia. Ha timore di me, eppure è me. Ci è voluta una leggera flessione della mente per accettare che esso è me, che io sono esso, e che noi siamo. Che quell’involucro di saliva sottovuoto, scivolosa, viene dal mio corpo, dai miei respiri, da quel che resta della mia tuta, dalla voce del nonno nella testa, da quello che ho mangiato ieri e che mangerò domani. Che mettendo da parte le sentenze, i sogni, ciò in cui credo e ciò che ricordo, io non sono altro che questo.

Non ti invidio, però: sei solo in uno spazio un po’ più grande, con più stanze, indossi ancora le scarpe e ogni tanto ti tocca spolverare. Io non so più nemmeno com’è fatto, uno straccio. Forse ha la forma di un frattale. Lo sai, vero, cos’è un frattale? Provo a spiegartelo, con il poco di energia che mi resta. Prendi il grande uovo che ci ha dato la vita e spezzalo in due metà identiche: siamo tu e io. Poi dividi le nostre metà in altrettante: i nostri quattro occhi. E ancora a metà: i nostri otto mignoli. E ancora a metà, e ancora, e ancora, finché di me e di te così lontani non restano che molecole di polvere. Vedessi con quale armonia fluttua, la polvere. Da lontano sembra una rete di minuscole campanelle, e le suono, le suono con i denti e con le dita, e spero che tu mi senta, ancora, laggiù dove sei, che sei una molecola anche tu, da quassù.

Riesci ancora a sentirmi, non è vero?

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Hai detto biscotti? Non ancora, mi servono maggiori info.

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