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le storie sono ovunque

È difficile restare arrabbiati quando c'è tanta bellezza nel mondo (Lester Burnham)

La calza scucita

La calza sinistra si è scucita, all’altezza dell’indice. Non so come abbia fatto. Ho il dito che fa capolino e mi preme sulla scarpa. Vuole guardare fuori. Non si noterà.

Dovrei indossare i pantaloni, mi dico, con tutte le calze che scucio a furia di mettere e togliere, mettere e togliere, maledetti effetti collaterali. Dovrei indossare i pantaloni, mi dico, ma mia sorella non me lo lascia fare, dice che le donne con i pantaloni sono poco serie, e così mi tocca uscire di casa con le calze scucite, e pregare la Santissima che la scucitura resti com’è e non si scucia ancora di più. Ché le calze costano.

Ho messo anche il rossetto, stamattina. A lui piace il rossetto. È caduto in ascensore alla figlia della signora di sotto. Dice che quest’anno va di moda il pesca. Non sono mai stata brava, con i colori. La frutta invece mi riesce bene. Ai miei tempi facevo la macedonia più buona di tutto il caseggiato. Me la comandavano ai compleanni, e le mamme giù a ringraziarmi, con tutte le cose terribili che mangiano i bambini di oggi, santa frutta, Santissima.

Oggi gli porto la frutta. Gliel’ho portata tutti i giorni, non mi fido delle scatolette, anche se c’è scritto 100% italiano e tutte quelle cose obbligatorie per legge. Frutta, zucchero e un coltello bianco di plastica. Son mica scema. C’è il metal detector, all’entrata dell’ospedale.

Al mercato arrivo all’alba, a volte prima ancora del fruttarolo. Mia sorella dice che sono maleducata, ad arrivare quando lui è ancora preso a parcheggiare il camion, che al fruttarolo bisogna dare il tempo di preparare le sue cose, ma io sono una testa di legno, mi dice, una testa di frassino bruciata dal sole. E dalle pillole, aggiungo io, sottovoce. Che mia sorella non lo sa, che ho ricominciato con le pillole.

Comunque gliel’ho spiegato, al fruttarolo, che dalle otto e trenta è orario di visita e io devo essere nell’atrio massimo alle otto e ventitre, se voglio entrare per prima. Voglio che lui veda che sono la prima ad arrivare. Mia sorella non entra, non più, lui non la vuole vedere. I primi giorni la portavo con me, litigavamo per tutto il tragitto, quella salita così faticosa, e fin dentro il reparto, lei a dirmi testa di legno, e come sei pettinata, e il fruttarolo, e ci dovresti essere te ricoverata, ma nel reparto dei malati nella testa. Ci litigavo, con mia sorella, e lui ci guardava, e i dottori ci guardavano, e le infermiere ci guardavano e venivano da me e mi dicevano “Signora, l’ha da imboccare, vede che non riesce ancora a star seduto?“, ma io non capivo niente, con mia sorella che parlava, testa di legno mi diceva, e io a chiedere scusa per lei, scusa alle infermiere, scusa ai dottori, e scusa anche a lui, e a mia sorella dicevo che fuori avremmo fatto i conti, suo cognato più morto che vivo e neanche questo la ferma, che il diavolo se la porti.

Lui mi guardava, intanto, attraverso le fessure della faccia. Se solo lei si fosse azzittita un attimo, che devo dirgli come stanno i gatti, e che è venuto il tecnico tanto gentile ad aggiustare la lavatrice, e che al Di per Di è uscita la nuova raccolta dei bollini. Per la pentola a pressione sono cinquecento punti più dieci euro. Dici che ce la farò, entro il sette di giugno alle ventitre e cinquantanove? Non gliele riuscivo a dire, però, tutte queste cose, perché mia sorella mi mitragliava di parole nella testa, e lui mi guardava ancora, e le infermiere mi guardavano, e i dottori mi guardavano, e invece a lei non la guardava nessuno. Neanche le tenevano libera una sedia, come facevano con me.

“Signora, si vuole sedere?”
“No, grazie, ma lo chieda pure a mia sorella.”
“Quale sorella?”.

Questo succedeva i primi giorni, quando ancora credevamo che i giorni sarebbero stati pochi. Ora ne sono passati quindici, e ne passeranno ancora. Riesce a mandare giù la frutta da solo. Poi riuscirà a sedersi. Poi a parlare, poi a camminare. Poi riuscirà ad andare in bagno da solo. Prima di andare via gli racconto com’è fatto un bagno, che forma ha, perché mi è venuta la fissa che lo possa dimenticare. Con mia sorella abbiamo imparato a esaurire per strada tutte le cose da dirci. Poi la metto a sedere su una panchina, entro dentro e faccio quello che c’è da fare, e perché lui stia tranquillo – che i dottori dicono che deve stare tranquillo – gli dico tutto quello che vuole sentirsi dire. Che sono venuta da sola, che il rossetto me lo hanno regalato, che chiudo il rubinetto del gas tutte le sere, che le mele renette erano finite, che mia sorella è morta nel duemilatre e che a cambiarle i fiori in cimitero ci andrò lunedì. Gli dico tutto quello che lo fa contento, e i dottori dicono che faccio bene, che da quando gli dico queste cose poi la notte dorme tranquillo, e non gli devono più dare la morfina.

Io non glielo dico, allora, e neanche ai dottori, e neanche alle infermiere, che da quando lui sta qui mia sorella si è di nuovo trasferita da noi, e che dormiamo insieme nel letto grande, lei dice che ha paura del buio, ma io lo so perché lo fa, è che ha paura che ci riprovo un’altra volta, ha paura ma non me lo vuole far capire. Mi vuole proprio bene, mia sorella. E io anche le voglio bene, e visto che le voglio così bene allora non ci provo più. Promesso.

Post Scriptum: diciamo che è sua sorella.

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Hai detto biscotti? Non ancora, mi servono maggiori info.

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