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È difficile restare arrabbiati quando c'è tanta bellezza nel mondo (Lester Burnham)

Idaho, di Emily Ruskovich

Del perché Idaho di Emily Ruskovich è uno dei romanzi più straordinari che abbia letto nel 2018. Un romanzo potente e complesso, che scardina uno a uno i nostri bias e ci ricorda che ogni persona è un po’ più complessa di come appare.

mountain in the snow

[foto di Julia Revitt su magdeleine.co]

Il mio personaggio preferito di Idaho si chiama Tom Clark, professione ritrattista. Compare a trama avanzata, è una figura cosiddetta minore, disegna ritratti di persone scomparse. Non quelli che vi aspettereste, care tappine e cari tappini, quegli identikit a tutta faccia, tratteggiati a matita spessa, che si vedono nelle serie tv crime. Tom Clark ritrae persone scomparse, persone che non ha mai visto, in situazioni dove può essere più facile rintracciarle e riconoscerle.

La persona scomparsa di Idaho è June, una delle due figlie di Wade. L’altra, May, è stata uccisa dalla madre Jenny con un colpo secco di accetta, nel sedile posteriore del pickup su cui tutta la famiglia era partita a far legna. Wade ha gridato a June di scappare, di scappare nel bosco più veloce che poteva, e di nascondersi, nascondersi, nascondersi. June lo ha fatto. Così bene che sono passati nove anni e ancora Tom Clark invia a Wade ritratti di June da appendere all’ufficio postale della contea.

June come sarebbe ora, con i capelli lunghi e il viso maturo. June vestita di giallo, sempre e solo di giallo. Chissà perché – si domanda Ann, che ha sposato Wade e il suo lutto. June su un tappeto elastico. June che accarezza quel cavallo. June seduta sulla panchina di un parco, indossa gli occhiali da lettura.

Ann prende una delle tele. Gli occhi di June sono luminosi, come se avesse appena riso. È seduta sul bordo di un tappeto elastico in un cortile pieno di robaccia, con il pezzo sopra di un bikini giallo e pantaloncini di jeans, una rivista patinata sulle ginocchia. Sul petto ha lentiggini scure.
“Ne saranno venuti altri da lei, a cercare aiuto…?” dice Ann.
“Ventitré famiglie, per lo più nei primi anni Ottanta, poco dopo il ritrovamento di Alana. Gli dissi che ritrovare mia cugina era stato un colpo di fortuna. Non ero in grado di gestire la cosa.”
“Forse non era stata solo fortuna.”
“Secondo mia zia stavo sfruttando Alana, usandola per un progetto d’arte. Aveva ragione. Non lo sapevo allora, ma quando qualcuno la riconobbe, rimasi così scioccato che mi resi conto che non avevo mai creduto davvero che potesse funzionare.”

Quando una persona muore o scompare, diviene solo “la vittima”. È mostrata con primi piani e immagini sfocate, se ne parla come fosse un film. Persone come Wade si rivolgono a Tom Clark affinché si ripeta il miracolo di chi ha contribuito a far ritrovare, ma anche per osservare June nella vita che Tom le ha restituito, quella vita che avrebbe potuto vivere se solo.

Anche perché Wade sta perdendo la memoria. Di June, di May, di se stesso, di tutto quanto. Demenza senile precoce, come suo padre e suo nonno prima di lui. Accanto ha una moglie così più giovane, che per lui ha lasciato il pianoforte e l’insegnamento per arroccarsi su montagne dure e cattive, e che lui picchia senza ricordare di averlo fatto. Wade non si è mai aperto a proposito del suo dolore: Ann si è sforzata di ricomporlo con il poco che possedeva, i propri ricordi di June bambina a scuola, i telegiornali di allora, il pick up mai fatto demolire, un manuale di disegno che apparteneva a Jenny.

Jenny, che in carcere è una detenuta modello, solitaria e dimessa. L’hanno spostata di cella, la sua nuova compagna si chiama Elizabeth e ha un disperato bisogno di una migliore amica. Riconosce nel grigio silenzio di Jenny qualcosa che risuona, qualcosa in cui può farsi strada con pazienza. Sa perché l’hanno arrestata, eppure.

Jenny riesce a pensare solo a questo. Sono passati quindici minuti. I due uomini devono quasi trascinarla di peso per riportarla indietro, e nella cella lei striscia sulla branda già mezzo addomentata, sollevata, sentendosi come se avesse già detto all’artista cosa fare, cosa mettere nel dipinto per salvare sua figlia: vesta June di giallo.
“Per il resto della sua vita” mormora a letto.
Quando si sveglia, trova la sua mano curva intorno a una mela dorata che devono averle dato in un gesto gentile, forse perché hanno visto che era più debole di quanto pensassero. La tiene sotto il mento, contro il petto, e torna a guardare fuori, a guardare il muro.

La scrittura sa essere disarmante, quando ci si mette. Emily Ruskovich scardina uno a uno i nostri bias, i preconcetti che ci portiamo dietro su chi sono i personaggi buoni e chi i cattivi. Man mano che formuliamo un giudizio – Wade il marito violento, Jenny la madre assassina, Ann e May e June le vittime – la trama svolta e salta fra il tempo e lo spazio e i punti di vista per svelarci che no, le cose sono un po’ più complesse di così.

La scrittura è come certe montagne, è come ci immaginiamo che sia l’Idaho, un luogo in cui non siamo stati e probabilmente non visiteremo mai. Sa essere abbruttita e inospitale, con certe punte aguzze che fanno male e non perdonano, abbiamo una paura fottuta di cadere finché un attimo dopo si apre agli occhi un pendio morbidissimo e un panorama di laghi che leva il fiato, e tutta quella fatica è valsa la pena se ci ha portati fino a lì.

Succede così anche nella vita, quando scegliamo di camminare oltre l’arrocco dei nostri bias. Quando scegliamo di conoscere una persona nella sua completa e tondeggiante complessità, di non circoscriverla a quella specifica azione che ha commesso, a quella specifica frase che ha pronunciato. Anche se l’azione è uccidere la propria figlia con un colpo secco di accetta. Siamo in divenire, sempre. La vita è la somma dei nostri gesti e parole più eclatanti, ma anche e soprattutto di quei dull bits che Alfred Hitchcock riteneva non funzionali al drama e quindi tagliava fuori senza pietà.

Emily Ruskovich ce li restituisce. Ci restituisce quella volta seduti al bordo di un tappeto elastico in un cortile pieno di robaccia, o accarezzando un cavallo, o leggendo sulla panchina di un parco, o con la mano stretta intorno a una mela. Siamo complessi e tondeggianti, siamo la somma delle briciole che lasciamo sulla via.

Ci voleva un romanzo, a ricordarcelo.

Il libro
Idaho,
di Emily Ruskovich, tradotto in italiano da Roberto Serrai
Editore Mondadori
Anno 2018
348 pagine
Puoi acquistarlo qui
Infine qui trovi la mia recensione su Mangialibri.

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