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È difficile restare arrabbiati quando c'è tanta bellezza nel mondo (Lester Burnham)

Come ho scelto la mia parola dell’anno (e perché potreste farlo anche voi)

Del perché e di come ho seguito il corso “Find your Word” di Susannah Conway per scegliere la parola che mi guiderà nel 2019



yes

Photo by Tim Mossholder on Unsplash

Care tappine e cari tappini,
ho letto di questa faccenda della parola dell’anno a fine 2017, nel mezzo degli insta-calendari dell’avvento, mentre alcune persone che seguivo declamavano a gran voce che la loro parola del 2018 sarebbe stata… Pensai che era fico, che avrei potuto trovarne una anch’io. Ignara che dietro al tutto potesse stanarsi un complicato e profondo processo emotivo, scelsi la mia parola un po’ a istinto e un po’ a caso.

Calore.

L’hygge iniziava ad andare di moda, complice l’inverno e la mia passione per la camomilla serale, mi sembrava fico lasciarmi guidare dalle atmosfere di baite in stile Pinterest evocate da questo termine danese.

[Nota Bene: mi interrompo per chiedere a Google se hygge è appunto danese. Mi è sorto il dubbio che fosse finlandese, e invece.]

Dicevamo. Scelsi calore perché mi suonava bene, ed ero tutta prodiga di buoni propositi su come avrei riempito di calore il mio 2018. Avrei mostrato più calore verso me stessa, verso le altre persone, verso la mia casa, verso il mio lavoro, eccetera. Come se non sapessi che i buoni propositi sono una fregatura, li rispetti un paio di settimane e poi ciaone.
Certo, un po’ di calore c’è stato in questo anno, ma è tutt’altra cosa dal dire che la parola mi abbia guidata.

Alla fine arriva Susannah

E fu sera e fu mattina, arriviamo a dicembre. Nella newsletter di Susannah Conway [una di quelle persone che siete moralmente obbligati a seguire se, come me, avete quel certo non so che nei confronti di chi spurga bellezza per tutto l’Instagram] trovo una risorsa preziosa e soprattutto gratuita: Find your word, un corso via email in 5 giorni per trovare la parola guida del 2019.

In sintesi: a fine anno ci ripromettiamo le x volte a settimana in cui andremo in palestra, gli x chili che perderemo, gli x vestiti che butteremo perché non ci danno gioia, e a fine gennaio siamo punto e a capo. Quando va bene.

Un elenco da smarcare solo perché si avvicina il Capodanno non è efficace. Lo è invece condensare tutto in un’unica affermazione, in una parola che sia una sorta di faro. Una parola che ci portiamo dietro, di cui a volte ci dimentichiamo, ma che in certe occasioni salta di nuovo fuori.

A word can be embraced as a mantra, a meditation, a reminder, a promise. A word can be interpreted in different ways. A word can’t be “broken” — it feels gentler somehow.

Susannah ha scelto la parola guida ogni anno negli ultimi 10 anni, e nel corso racconta di come certe cose siano effettivamente successe, nella sua vita, cose di un certo peso e coerenti con la parola che ha scelto. Ci invita a lasciarci trovare dalla parola giusta, a non scegliere né a istinto né a caso, ma ad ascoltarci e vedere come va. E una volta scelta, ad appiccicarla per tutta casa e a fare il tagliando ogni mese.

L’anno del sì

Yes mi è balzata in mente al secondo giorno di corso. Yes, la parola con cui Molly Bloom chiude la sua epifania. Yes, l’opera di Yoko Ono che rubò il cuore a John Lennon. Yes, la vocina interiore di Shonda Rhimes in una delle Ted Talk più emozionanti che abbia ascoltato.

Ho ripensato a tutti i “ma no, vabbè” che ho detto o pensato nella vita. Alle occasioni mancate. Ho ripensato che molte delle cose belle della mia vita sono arrivate dai “ma sì, dai”:

  • mollare un corso di laurea specialistica alla quarta lezione per accettare uno stage non pagato e senza sbocchi
  • avventurarmi in un legame di coppia che sulla carta era più che improbabile
  • iscrivermi a un corso di scrittura di tre giorni alla scuola Holden, comprensivi del passare tre giorni a Torino da sola
  • partire per dieci giorni in Turchia con un gruppo di perfetti sconosciuti e con seri problemi a capire l’inglese [io].

Sono quei sì che vengono dalla pancia, che li sentiamo spremere dentro come l’unica risposta possibile. Sono quei sì che diciamo non per compiacere qualcuno, né per dare un contentino, né per un tornaconto. Sono quello sfrigolio allo stomaco che scava pian piano un buchino per risalire su, al cuore e alla testa. Il motivo, in buona sostanza, è che diciamo quei sì perché è ciò che vogliamo. Esattamente ciò che vogliamo in questo momento.

Lasciarmi guidare dal sì significa provare ad ascoltare di più la mia pancia e meno quella vocina che fosse per lei non farei nulla, che dice no, chi voglio prendere in giro, non ce la farò mai. Significa aprirmi alla vita e alle sue possibilità, anche le più difficili. Soprattutto le più difficili. Significa aver voglia, oggi, di essere un pochino più coraggiosa di ieri e dire almeno un sì in più, e perdonarmi per quel sì che non riuscirò a dire, perché ci riuscirò domani, o il giorno dopo, o quello dopo ancora.

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Hai detto biscotti? Non ancora, mi servono maggiori info.

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