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È difficile restare arrabbiati quando c'è tanta bellezza nel mondo (Lester Burnham)

qui e ora | gennaio 2019

Nota a chi legge: questo articolo fa parte della serie “qui e ora”: ogni primo del mese o giù di lì racconto che sto combinando, cosa mi passa per la testa, cosa sogno.

marta traverso aka matta tappetto

Care tappine e care tappini,

il 2019 è il mio anno del sì. Ho scelto questa parola-guida dopo un percorso breve ma interessante, in cui ho tirato somme e sottrazioni del 2018 e riflettuto su cosa potessi e volessi fare per guardare avanti.

Dire sì implica prendermi cura della mia volontà, avere le idee più chiare, sentirmi meglio quando sto con me.

Mi sembra passato un secolo dalla mezzanotte del 31 dicembre, mentre bevevo prosecco alla finestra guardando i fuochi d’artificio, o quel che ne spuntava dai tetti, e la tv era in pausa su Homecoming (serie fichissima!, ndr).

Questo primo mese mi ha già trasmesso alcune lezioni, che ora condivido con voi.

La volontà è fatta di scelte

Una delle meraviglie di gennaio è stata il podcast Piccoli non sfigati di Enrica e Ivan, che se non li conoscete dovete conoscerli perché sono tra le persone più straordinarie che abbia il privilegio di seguire (e anche conoscere, di sfuggita).

In un episodio, Enrica parla di come spesso le sue scelte siano state influenzate dalle altre persone, dal loro giudizio e dal desiderio inconscio di essere approvata. Scrivono così, lei e Ivan, nella descrizione dell’episodio:

Enrica ha iniziato a dare tantissimo peso e a preoccuparsi tantissimo di quello che facevano gli altri – dove gli altri erano i suoi colleghi e i suoi concorrenti. Improvvisamente era come se si fosse dimenticata di tutto quello che voleva fare e che aveva trascorso anche già un paio d’anni a costruire. (…) Era come se si sentisse l’unica scema a fare le cose che voleva fare, l’unica a voler improntare il suo lavoro nel modo in cui piaceva a lei.

Quell’episodio mi ha fatta sentire meno sola. Il giorno prima di ascoltarlo, mi sono trovata a prendere una decisione piccolina – come passare una domenica pomeriggio. La scelta implicava il peso che davo ad altre persone, a cosa avrebbero pensato di me se avessi optato per una o l’altra decisione. Ho riflettuto sui pro e i contro, il sassolino è diventato un macigno e mentre mi rotolava sulla testa ho capito una cosa:

molte decisioni che ho preso nella mia vita, le ho prese per via delle altre persone. Per essere notata, per compiacerle, per il quieto vivere, per essere accettata. Questi risultati che volevo erano così lampanti nella mia testa da farmi rimuovere non solo la volontà o meno di prendere quella decisione, ma anche il concetto stesso di volontà.

Gennaio mi ha insegnato che dire  significa anzitutto saper distinguere tra:

1- quello che faccio perché ho voglia di farlo (es. una vacanza, una passeggiata, una serie tv)

2- quello che faccio perché è giusto e bello farlo, a prescindere dalla voglia (es. passare a salutare mia zia in casa di riposo tutte le settimane)

3. quello che faccio per “far contente” le altre persone (e qui ci mettiamo un buon 80% delle piccole e grandi decisioni della mia vita).

È tanto difficile, sapete? Chiedermi se voglio davvero quella certa cosa, se sono l’unica scema a volerla, o forse credo di volerla ma in realtà la faccio solo perché così quella certa persona mi guarderà.

Ora inizia il difficile, mettere in pratica tutto questo.

Apprendere in verticalità

Ho visto qualche giorno fa la Ted Talk di Cal Newport, in cui racconta di non aver mai avuto un profilo sui social network e illustra i danni che un’intensa attività sui social può provocare al nostro sistema cognitivo. I toni sono forse un po’ apocalittici, ma il messaggio di fondo lo condivido in pieno.

La mia generazione ha studiato sulla carta, abituata a sottolineare con gli evidenziatori, a cercare sul dizionario le parole che non conosce, a soppesare le frasi e dar loro un senso. Io, per di più, ho passato cinque dei miei anni scolastici a tradurre dal latino e dal greco, e mi divertivo, a casa (sì, mi divertivo!) a ri-tradurre le opere per sapere il significato letterale di ogni parola. Era più lungo, certo, ma ritenevo mi semplificasse la vita durante le interrogazioni, perché quel gioco che facevo mi portava a una più profonda padronanza del testo.

Oggi il nostro sistema cognitivo funziona per feed e scorrimento. Mastichiamo titoli su cui non clicchiamo, ragioniamo per hashtag, siamo sottoposti a settordici mila post al minuto, prendere in mano il cellulare per darla vinta alla FOMO è un automatismo così radicato che nemmeno lo notiamo.

A fine anno è uscito un video di Sara, aka La scimmia yoga – altra persona che dovreste conoscere eccetera – sull’importanza di trovare i propri guru. Lei parla dei guru di yoga, ma il discorso è più ampio. Dovremmo avere i nostri guru in ogni ambito. Quando vogliamo un’informazione su un film, una ricetta, un itinerario, l’automatismo di ricercare per feed ci porta a un risultato casuale, determinato più da algoritmi che dalla nostra volontà, mentre invece abbiamo l’opportunità di scegliere i guru, di cercare quell’informazione direttamente alla fonte che più risuona in noi.

Anziché vagare nell’internet, abbiamo l’opportunità di esplorare in verticalità i nostri guru, scoprire tutto ciò che hanno scritto, filmato, podcastato e così via. Come scrive Paul Jarvis, un altro che ne sa:


Well, content creators are pressured to constantly churn out new content as if it’s the most important part of our jobs. (…) The problem is, every time we create something new, we push everything we’ve previously created down a little further from people’s attention.

Un sì che sto imparando a dire nel 2019 è essere meno orizzontale, meno frantumata tra una miriade di persone super interessanti (che l’Internet ne è piena, davvero!) ma concentrarmi solo su quelle che davvero oggi mi stanno facendo un dono. Scriverò un post su questo, più avanti.

Ho più che dimezzato il mio following su Instagram per essere focalizzata su chi mi importa realmente di conoscere, e vorrei ripromettermi di non seguire persone nuove finché avrò imparato tutto quello che c’è da imparare su chi seguo già.

Ad esempio, ascoltare tutti gli episodi di uno dei miei podcast preferiti, Ricciotto. Sono più di 340, al ritmo di 1-2 nuovi a settimana. Così ora lo ascolto ai due poli, sia gli episodi nuovi sui film appena usciti, sia i primissimi del 2012, e cammino dai due estremi della muraglia fino a che mi incontrerò nel mezzo (oki, sono ancora in trip da Marina e Ulay).

C’è da vergognarsene?

La verità è che mi sento sola, ultimamente, ed è giusto così. Ho fatto molte cose per piacere di più alle persone, come se essere me stessa non fosse sufficiente.

Come se l’unico modo di piacere loro fosse mettere like ai loro post, scrivere articoli per i loro siti, partecipare alle loro riunioni, tesserarmi alle loro associazioni. Ero convinta, ora lo so, che mi avrebbero abbandonata se solo avessi proposto “Ehi, non possiamo essere semplicemente amici che si bevono una birra ogni tanto?“.

È finita che ci siamo abbandonat@ a vicenda lo stesso, con molte persone. Questo mi costringe a passare più tempo con me, che è una roba che mi fa paurissima, ma a furia di dirle sì può darsi che scoprirò di non essere poi così male. Voi che dite? 🙂

A presto, care tappine e cari tappini.

ps. se volete saperne di più su cos’è la parola dell’anno, ne ho scritto in questo post.

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Hai detto biscotti? Non ancora, mi servono maggiori info.

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